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| «Vi racconto il Messico e cosa mi ha insegnato» Il Paese latinoamericano visto attraverso gli occhi dell’ambasciatore Felice Scauso. Al termine del suo mandato, il diplomatico italiano narra in prima persona la propria esperienza. Politica, ma anche umana. di Felice Scauso Su suggerimento di un collega e amico, prima di raggiungere il Messico, dove ero stato nominato Ambasciatore d’Italia, ho intrapreso la lettura di El laberinto de la soledad (Il labirinto della solitudine) del grande scrittore messicano Octavio Paz, premio Nobel per la Letteratura nel 1990. Nel libro l’autore analizza, con precisione chirurgica, le molteplici sfaccettature della mentalità messicana, offrendo un contributo di grande rilevanza a chi intenda avvicinarsi a questo complesso e affascinante Paese. La complessità messicana, o in altre parole, la «messicanità», è da ascrivere a varie ragioni tra cui le due principali sono la storia e la grande diversità territoriale del Messico. Come è noto, ogni paese è il prodotto della propria storia e quella messicana è stata difficile, drammatica e a volte tragica. In questo c’è una certa similitudine con l’Italia la cui storia è stata costellata, nel corso dei secoli, da molti eventi altrettanto tragici. Altro elemento che ci accomuna è la grande diversità, malgrado la differenza di dimensioni tra i due paesi, che fa dell’Italia e del Messico due mosaici compositi, prodotti di culture diverse incrociatesi e sedimentatesi nel tempo. Nel corso della mia missione ho cercato di promuovere il rafforzamento delle relazioni bilaterali in tutti i settori: politico, economico e culturale. Per raggiungere tale obiettivo mi sono sforzato di capire quanto più possibile questo Paese, rendendomi finalmente conto, come sostenuto da molti, che si incomincia a capire il Messico quando ci si rende conto di non aver capito nulla. Il lavoro è stato comunque uno strumento prezioso per entrare nella realtà locale e mi ha aiutato molto nello svolgimento della mia missione. Sul piano politico, Italia e Messico condividono la stessa visione delle principali tematiche dell’agenda internazionale, prima delle quali la riforma delle Nazioni Unite, e la crescente attenzione a problemi ormai globali come la tutela dell’ambiente e il contrasto al narcotraffico e alla criminalità organizzata. Sul piano economico e commerciale si possono fare molti progressi. Promuovendo la nostra industria, la cui presenza è affidata prevalentemente a piccole e medie imprese, magari a gestione famigliare ma internazionalizzate e tecnologicamente avanzate, ho appreso molto del nostro Paese. Di tali imprese, mi ha in particolare colpito lo spirito di iniziativa, il coraggio di affrontare mercati lontani, l’adattabilità e il dinamismo. Una delle esperienze più interessanti e gratificanti è stato partecipare in quattro anni all’ inaugurazione degli impianti di circa una decina di tipiche imprese di nostri connazionali, conoscendone i proprietari e i dirigenti, scoprendo un patrimonio umano di grande spessore, in cui l’elemento determinante mi è parsa la creatività individuale, tipica delle nostre genti e che fa onore al nostro Paese. Molto c’è anche da fare sul piano culturale. Il nostro Paese è noto per il suo patrimonio artistico e per il grande apporto dato nel corso dei secoli, e che continuiamo a dare, alla cultura universale. C’è quindi molta voglia d’Italia, come testimoniano gli oltre 25.000 studenti d’italiano nelle nostre strutture pubbliche e private (Istituto Italiano di Cultura e Dante Alighieri) e in quelle messicane. Non si tratta certo del desiderio di apprendere una «lingua utile» ma di avvicinarsi, attraverso la lingua, alla nostra cultura. Purtroppo non siamo in grado di soddisfare appieno la richiesta di cultura italiana in un paese, quale il Messico, colto ed estremamente ricettivo ad eventi e manifestazioni culturali provenienti dell’estero ed in particolare dal nostro Paese. Nel corso dei miei numerosi viaggi all’interno del Paese ho potuto conoscere ed apprezzare il lavoro della nostra comunità residente in Messico. Quella di passaporto italiano, stabilmente residente ed iscritta all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (Aire) è piuttosto piccola (il Messico non è stato un paese di grande immigrazione, fatta eccezione per quella spagnola, a differenza di altri paesi latinoamericani) e non arriva a 15.000 unità. I connazionali che fanno parte di questa comunità sono giunti per lo più nel secondo dopoguerra o sono figli di coloro giunti tra le due guerre o in epoche ancora più lontane e che hanno recuperato la cittadinanza italiana attraverso un lavoro, spesso faticoso, di ricerca di documenti anagrafici che hanno permesso di dimostrare l’esistenza di tale diritto. Trattasi di una comunità perfettamente inserita nel contesto sociale ed economico del Paese, formata di imprenditori nei più svariati settori, ma anche di professionisti, stimata per il contributo dato allo sviluppo del Messico grazie alle caratteristiche tipiche dei nostri emigranti quali iniziativa, senso del dovere, spirito di sacrificio ed operosità. Anche sul piano culturale la nostra comunità si è distinta attraverso l’attività di scrittori, giornalisti, accademici ed artisti che godono di meritata fama in tutto il paese. Vi sono poi altre diverse migliaia di connazionali, giunte in epoche recenti, che hanno per lo più seguito il crescente flusso turistico proveniente dall’Italia (circa 200.000 l’anno) avviando attività imprenditoriali legate a tale settore economico, quali quello alberghiero, della ristorazione e del commercio. Anche questa comunità è ben inserita e dà il suo apporto allo sviluppo dei settori a cui si è dedicata. Vi è poi un gran numero di cittadini di origine italiana, che per varie vicende hanno perso la cittadinanza, e che sono i discendenti delle prime ondate della nostra emigrazione, quella della seconda metà del XIX secolo e dei primi anni del XX, giunti qui come in altre regioni del mondo per tentare di costruire per sé e la propria famiglia quel futuro degno di essere vissuto che l’ Italia povera di allora non era in grado di assicurare. Anche in Messico, sia pure in dimensioni ridotte rispetto ad altri paesi delle Ame-riche, si è compiuta l’epopea, spesso tragica, di tanti emigrati, in gran parte contadini, che con caparbietà, sacrificio e senso di solidarietà hanno affrontato e superato, non senza vittime e fallimenti personali, situazioni difficili ed ostili riuscendo finalmente ad affermarsi in quella che è diventata la loro seconda patria. Ho partecipato, negli anni del mio soggiorno ed in varie località, a celebrazioni per ricordare l’arrivo di tali gruppi di emigrati: liguri, piemontesi, lombardi, veneti, trentini e friulani giunti a Veracruz tra il 1850 e il 1900, contrattati da intermediari per popolare queste terre, allora inospitali, e plasmarle con la loro fatica e il loro sudore. Quello che mi ha colpito e non esito a dire commosso, è constatare come gli emigranti giunti tante decadi fa abbiano tramandato ai figli, e costoro ai propri figli via via fino ad oggi, l’amore per una terra che li ha costretti a lasciarla in cerca di un futuro migliore. Nessun risentimento, quindi, ma al contrario l’affetto ed il ricordo per il paese di origine trasmesso alle generazioni successive con i tipici valori delle nostre genti: senso della famiglia, solidarietà, tolleranza, capacità di sacrificio e di lavoro esemplari. Incontrare tante persone, messicane a tutti gli effetti e che non conoscono la nostra lingua, che ti parlano di quell’Italia in cui molti non sono mai stati - ma conosciuta e amata grazie ai racconti degli avi trasmessi di generazione in generazione - è stata una grande esperienza umana. Tra queste comunità vi è una che ha una caratteristica particolare, formata da discendenti di emigrati provenienti da un piccolo paese di nome Segusino, nella provincia di Treviso. Per circostanze particolari sono rimasti tutti concentrati in una sola località, Chipilo, vicina alla città di Puebla, si sono moltiplicati sposandosi tra di loro, tanto da essere oggi più numerosi del paese di origine, e presentano le caratteristiche somatiche della gente del Veneto. Ebbene essi, tranne qualche caso, non parlano italiano ma tra di loro comunicano nel dialetto veneto di fine ‘800. Incontrare queste comunità mi ha fatto riflettere sul profondo debito di gratitudine che abbiamo, come paese e come popolo, nei confronti di tutta questa gente che ha traversato l’oceano sulle drammatiche vie dell’emigrazione e il cui ricordo, così come l’orgoglio delle origini e l’affetto per il nostro paese è ancora vivo, grazie a loro, nei loro discendenti a distanza di tante generazioni. E’ per questo che, per quanto mi riguarda, ho fatto il possibile per pagare questo debito essendo presente e rappresentando il mio Paese alle celebrazioni di quei lontani e tanto significativi arrivi. |
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| Da Il Sole d'Italia, luglio 2009 |


| «Si incomincia a capire il Messico quando ci si rende conto di non aver capito nulla» |