Da Il Sole d'Italia numero 61   16 - 31 marzo 2008
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scelto
di restare
qui,
in un
luogo
senza
tempo,
dove
conta
la qualità
della vita»
Vogliono vivere
tranquilli,
tra tradizioni maya
e gente amabile.
Anche se
«non si guadagna
molto e la città
negli ultimi anni
sta cambiando».
Una trasformazione
che porta
con sé nuove sfide
e problemi.
Incontro con la comunità italiana.
Perché il Chiapas

Hanno deciso di fermarsi tra le montagne.
Sono un centinaio, per lo più ristoratori, negozianti
o piccoli albergatori. Ognuno con la sua storia.
Ma tutti stregati dall’atmosfera di San Cristóbal.

da San Cristóbal

di Gaia Torzini

UNA VALLE senza tempo. Dove chi si ferma è attratto
da una vita semplice, e non da facili investimenti.
Racchiusa tra le montagne, San Cristóbal de las
Casas è conosciuta in tutto il mondo come la città
simbolo del Chiapas, che mescola modernità e
tradizioni maya, superstizioni e una fiorente industria
turistica. La maggioranza dei visitatori la definisce un
«pueblo mágico» e un vecchio detto sostiene che
«chi arriva a San Cristóbal, è destinato a tornarci di
nuovo». O a rimanere. Come nel caso degli italiani
che hanno scelto di lasciare il loro paese per vivere  
tra le montagne.

Sono circa un centinaio, per la maggior parte
proprietari di posade, locali o negozi; ognuno con la
sua storia, ma accomunati dall’amore per una
cittadina che è ancora capace di farli sognare, di
trasmettere umanità e fiducia nel prossimo. C’è chi è
arrivato vent’anni fa dopo aver viaggiato per il
mondo, chi si è trasferito da poco in cerca di una
nuova vita, chi è rimasto stregato dall’atmosfera del
luogo e non è più riuscito ad andarsene.

«Io sono arrivato nel ’79, sulla scia dei libri di
Castaneda e del fermento culturale di quegli anni»
racconta Tito, uno dei pionieri di San Cristóbal,
considerato ormai un punto di riferimento della
comunità italiana. «Ho viaggiato per un po’ per il
Messico, finché mi sono innamorato della città, che
allora non era altro che un piccolo villaggio, e ho
deciso di fermarmi». Da allora ha cambiato vari lavori
(da guida a ristoratore): oggi gestisce un negozio di
ambra e argento assieme a un altro italiano, Sergio
Toniolo, di Padova. «Undici anni fa» spiega Sergio
«avevo deciso di cambiare vita. Sono arrivato qui e
questo ormai è il mio posto. La gente è amabile e
cerchiamo di aiutarci».

Una sorta di colpo di fulmine. Come per Francesca
Merighi e Roberto Castelli, due ricercatori
(archeologia africana lei, geologia lui) che pochi mesi
fa, dopo il viaggio di nozze in Messico, hanno deciso
di mollare tutto per gestire la posada la MediaLuna a
San Cristóbal. «Non ne potevamo più della
precarietà italiana» raccontano «adesso stiamo
ricominciando daccapo, in un luogo in cui conta
ancora la qualità della vita». Un «must», quello del
vivere tranquilli, per tutti gli italiani che hanno scelto il
Chiapas. «Ho sempre pensato che fosse possibile un
tipo di esistenza diversa», sostiene Manuela Ferretti,
che per lavoro promuove e dirige da circa vent’anni
corsi di design e artigianato per la formazione delle
donne indigene. «La città con le sue casette
colorate, la natura e l’atmosfera fanno pensare
davvero a una valle fuori dal tempo. Però» aggiunge
«ci sono anche aspetti non facili: l’economia è lenta,
non si guadagna molto e non sempre il rapporto con
la popolazione originaria è semplice».

Una serie di considerazioni condivise anche da
Giovanni Proietti, che si è trasferito in Chiapas nel ’
92 con la moglie antropologa, dopo un viaggio. «San
Cristóbal ci ha subito affascinati perché qui il tempo
sembra fermarsi» spiega «anche se è come vivere
sotto una campana di vetro: siamo qui da 15 anni e
non ce ne siamo neanche resi conto». Giovanni è
professore di sociologia e italiano all’Università di
San Cristóbal, ha vissuto gli anni dello zapatismo, e
continua ad essere fortemente legato ad alcune
associazioni italiane di volontariato per il Chiapas.

«Ancora oggi un numero significativo di italiani  
vengono qui per questo» sottolinea Giovanni «e si
tratta di un aspetto da non sottovalutare». Mentre,
per quanto riguarda il rapporto con la popolazione
maya aggiunge: «Purtroppo non possiamo parlare di
convivenza, dal momento che gli indigeni vivono
separati dagli abitanti locali. Ma c’è un aspetto
positivo: il numero degli studenti universitari indigeni
è più che raddoppiato negli ultimi anni». Un
cambiamento, quest’ultimo, che si accompagna allo
sviluppo demografico e urbanistico della città.

«Una volta non c’erano tutti questi locali» afferma
con un po’ di nostalgia Pino Cimino, proprietario di
un negozio di vestiti per bambini, arrivato da Milano
nel 1983. A lui, dell’Italia, mancano «i sapori, quelli
tradizionali come l’olio e la pasta». Per ovviare,
coltiva frutta e ortaggi nel campo dietro casa sua. E
si consola pensando che qualsiasi rinuncia, in fondo,
non pesa troppo. Perché a San Cristóbal, lo dicono
tutti, quello che conta è vivere tranquilli.
Sopra, Potito Rubio, da tutti chiamato Tito,
uno dei primi italiani ad arrivare
a San Cristóbal. Gestisce un negozio
di ambra e argento ed è considerato
dai connazionali una sorta di autorità locale
per la sua grande esperienza.
Sopra, la piazza principale di  San Cristóbal
de las Casas, nello stato del Chiapas.
Oltre un centinaio di italiani vive
in questa città racchiusa fra le montagne.
Più sotto, Manuela Ferretti.
Sopra, Francesca Merighi, Roberto Castelli
e Sergio Toniolo. Sotto, Pino Cimino.
Una piazza di San Cristóbal.
Più in alto, un locale gestito da italiani.